“Lavoravo con maggiore attenzione sul gesto creato dalla pennellata, cercando una via autonoma e sconosciuta di questa mia pittura, di questa sorta di natura naturante. Cominciai a perlustrare più approfonditamente il segno, decisi di eliminare il blu, la cosa che facevo meglio e mi dava più rassicurazione. Scoprii un’altra tavolozza, fatta da una serie di rosa, rossi, turchesi e gialli di Napoli, colori profondamente delicati, però carichi di inquietudine. Iniziai a lavorare solo sull’aspetto della distorsione provocata dall’acqua. Realizzai una serie di carte sulle quali rap- presentavo corpi, visi, mani, arti, sforzandomi ad eseguire pennellate uniche, totali, nella loro espressione. La distorsione non era solo un modo per rappresentare l’acqua, ma per me era la somma di un risultato, non come sezione e divisione del lavoro, ma come una particolarità di linguaggio che tentava di sciogliere e unire questo rapporto dualistico, tra la fotografia e la pittura. Emerse dunque uno stato di condizione psicofisica totalmente sconosciuto, offerto da uno sforzo espressivo che cercavo di restituire at- traverso questo modo di lavorare. “

tratto da “Il Doganiere” di Nicola Rotiroti casa editrice domestica Maicol Rice 2019

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